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Bruno Munari, una visione leonardesca del novecento.

Vulcanico, eclettico, visionario. Bruno Munari è stato uno dei creativi più influenti del Novecento.

 

Words by Miriam | Styling by Beatrice

12 aprile 2021

Bruno Munari è stata una delle figure più originali nel panorama artistico italiano. Artista e designer, ha trascorso la sua esistenza in un modo quasi futuristico, dedicandosi alla sperimentazione negli ambiti più svariati: pittura, scultura, design, fotografia, cinema, proprio come un moderno Leonardo.

Ma prima di essere quello che oggi chiamano il “Perfettissimo”, Bruno è stato un ragazzino estremamente curioso che, nella vita di un piccolo paese dove i suoi genitori gestivano un albergo, ha sempre sentito l’esigenza di creare qualcosa di diverso. Forse, come tanti, sognava di fare l’inventore. Come pochi, una volta tornato a Milano, si rimboccò le maniche e cominciò a seguire la strada dettata dalla sua indole.
In città aderisce al movimento del Secondo Futurismo con Severini e Marinetti e comincia a lavorare nel mondo della grafica e della pubblicità, fondando nel 1930 lo studio grafico R+M con Riccardo Castagnedi.  La sua ricerca parte dai meccanismi, dalle reazioni e dai comportamenti per creare un mondo caleidoscopico che coinvolge i media più disparati. Dalle Macchine Inutili del 1933 alle sperimentazioni con le proiezioni dirette a luce polarizzata del 1953, Munari diventa un vero e proprio esploratore del movimento. Si interessa di macchine, di spazio e di illustrazioni, mescolando le arti.

Come negli altri ambiti, anche il solco che ha lasciato nella pubblicità e nella comunicazione è quanto mai profondo e scava nel bisogno di immediatezza, di un messaggio che raggiunga tutti nello stesso momento, da qualunque posto venga guardato. Proprio come il manifesto creato per Campari, legato all’apertura della linea M1 di Milano nel 1964: è un manifesto infatti che tiene conto di una visione mobile e allo stesso tempo frammentata. Un montaggio di lettering iconici che si può estendere all’infinito, come su una carta da parati: la storia dell’azienda proiettata in un contesto urbano.  

L’ultima estate della sua vita la trascorse dove aveva vissuto tantissime altre estati, sulla collina di Monte Olimpino a Como. Qui aveva girato delle pellicole cinematografiche d’avanguardia tra gli anni ’60 e ‘70, riscoprendo ogni volta il piacere di giocare con le tecniche e di sperimentare, ispirato dai boschi di confine e dal desiderio di creare cose mai viste, sentite, lette.

Quando qualcuno dice: questo lo so fare anch’io” scrisse. “Vuol dire che lo sa rifare altrimenti lo avrebbe già fatto prima.